Il Battito di un cuore

Nota dell’autrice:

Questa è una mia versione in alternativa a quella ufficiale della terza stagione di BatB.

Tutti gli eventi fino al rapimento di Catherine non sono cambiati, l’unica modifica è nel fatto che Vincent ha cercato l’aiuto di Elliot subito dopo la sparizione di Cathy.


~

Catherine aprì gli occhi e fissò a lungo la bianca e fredda parete che aveva davanti.
Non avrebbe saputo dire cosa l’aveva svegliata e non le importava molto scoprirlo, perché non voleva pensare, non voleva sentire, voleva solo lasciarsi trascinare nell’oblio, sognare Vincent e il loro bambino, felici, liberi… sognare senza sosta fino a convincerci che quella era la realtà, mentre tutto quello che aveva intorno non era altro che un terribile, ma passeggero incubo.
Richiuse di nuovo i grandi occhi verdi, richiamando alla memoria il viso dell’uomo che amava…

Il dolore, profondo, diverso da qualsiasi altro conosciuto, ma riconoscibile nel cuore di ogni donna, si irradiò dal suo ventre percorrendo come fuoco ogni fibra. Si morse il labbro per non urlare. Dopo che la fitta si smorzò si mise seduta, il cuore le batteva all’impazzata e anche i polmoni sembravano non abbastanza capienti per tutto l’ossigeno di cui aveva bisogno il suo corpo. Con le mani gelide carezzò il ventre e sentì il bambino muoversi.
Guardò di sfuggita la telecamera di sorveglianza installata nell’angolo superiore della stanza, accesa giorno e notte a spiare ogni suo movimento, lei aveva capito da tempo cosa aspettavano, cosa volevano… Da quando avevano smesso con le torture, domande e minacce e iniziarono a provvedere al suo benessere aveva compreso che stava a loro cuore il benessere del bambino.
Tirando a sé le ginocchia si rannicchiò in un vano tentativo proteggere la preziosa vita che portava in grembo.

"Vincent, perché non sei qui? Loro vogliono il nostro bambino… "

Calde lacrime le rigarono il viso stanco e provato.
Sentì un forte calcio e in risposta il suo cuore sobbalzò nel petto, era quasi come se il bambino volesse dirle qualcosa…
Asciugandosi le lacrime quasi con rabbia Catherine si raddrizzò.
Basta, pensò, è ora di finirla, aveva già perso troppo tempo. In tutti quei mesi aveva aspettato passivamente che Vincent venisse a salvarla, solo ora capiva che era stato un comportamento infantile e meschino. Lui non aveva come trovarla, il loro legame si era spezzato, ed inoltre era ora che lei si rendesse conto che il suo modo di agire, spesso imprudente, metteva a rischio non solo la sua vita e quella di Vincent, ma ora anche la vita del loro bambino.
Si promise che se fosse riuscita a trarsi fuori da quel guaio anche questa volta, avrebbe agito con un po’ di più di criterio in futuro.
Ma se voleva avere una minima possibilità di mantenere quella promessa doveva darsi da fare. Era una follia la idea che lentamente prendeva corpo nella sua mente, ma sarebbe stato infinitamente più folle non far niente e lasciare che quei criminali le togliessero il bambino.
Si alzò e si diresse verso il bagno, l’unico posto dove non avevano installato telecamere, non credeva per riguardare la sua privacy, ma piuttosto per la impossibilità che potesse scappare da lì. La stanza consisteva in un piccolissimo spazio, senza finestre e con una porta senza chiave, con il minimo necessario, sanitari, una doccia con una tenda di plastica e una mensola di plastica fissata alla parete sopra il lavandino.
Catherine si guardò intorno riportando alla mente le parole del suo insegnante di difesa personale: "Non ci sono armi per la autodifesa più efficaci dei comuni oggetti che ci circondano."
Per quello che aveva in mente, Catherine concluse che aveva bisogno di qualcosa di tagliente. Con un sospiro di frustrazione lei passò in rassegna l’esiguo spazio. niente specchi, i pochi oggetti personali che aveva erano assolutamente innocui.
Avrebbe potuto svitare la doccia e usarla per colpire in testa qualcuno… oppure…
Svitò senza grandi problemi il braccio metallico della doccia e lo soppesò un attimo sulla mano, sembrava solido e forse anche abbastanza pesante.
Poi voltandosi, si mise davanti al lavandino e lo studiò per un attimo, le sembrò che il bordo anteriore potesse essere la parte meno resistente. Tenendo la doccia con entrambi le mani alzò le braccia il più alto che poté e richiamando tutta la sua forza, colpì.
Il rumore echeggiò fra le pareti della stanza come uno sparo, ma il peggio fu il colpo, lei sentì la vibrazione come una scarica elettrica che esplose fra le mani, salendo sulle braccia e provocando un’altra fortissima contrazione.
Aggrappandosi alle pareti lei lottò per restare in piedi, le sue gambe sembravano essersi trasformate in gelatina e il battito del cuore era simile a delle martellate sul suo petto.
Il dolore fu intenso, ma breve, dopo pochi secondi lei era di nuovo padrona del suo corpo e delle sue azioni.
Con un sorriso stanco e soddisfatto Catherine raccolse da terra uno dei frammenti staccatosi dal bordo, era lungo circa venti centimetri, largo una decina, con bordi taglienti. Strappandosi un pezzo della camicia da notte, avvolse una delle estremità della scheggia in modo di poterla impugnare senza rischiare di tagliarsi la mano.
Tenendo la mano nascosta fra le pieghe del vestito uscì dal bagno.
Fece qualche passo nella stanza tenendosi il ventre e apparentemente preda di fortissimi dolori, ignorava se loro potessero sentirla, ma comunque si mise a gemere e lamentarsi, chiedendo il dottore perché era successo qualcosa di terribile al suo bambino.
Non c’erano dubbi che lei fosse sorvegliata in continuazione perché non passarono nemmeno cinque minuti prima di sentire passi che si avvicinavano.
Udì la chiave che veniva girata nella serratura e la porta che si apriva. Intanto Catherine era rientrata in bagno e china sul lavandino copriva con il proprio corpo il bordo fracassato. Aveva tutta la sua attenzione rivolta ai passi dietro di lei, quindi quando iniziò a suonare un allarme in un punto imprecisato dell’edificio lei non ci fece caso.

"Signora?" il dottore si affacciò alla porta del bagno. Dietro di lui. In centro alla stanza una infermiera attendeva con una barella.
"Guardi, lì… è … è orribile… " singhiozzò lei puntando la doccia con le tende tirate.

Il dottore si sporse, dandole le spalle. Prima che le sue dita toccassero la tenda di plastica, Catherine le fu addosso, prendendogli la cravatta la tirò con forza mentre accostava al collo del dottore la scheggia tagliente. L’infermiera vedendo ciò corse fuori chiamando le guardie.

"Stia calmo, non voglio farle del male, ma se sarò costretta… farò qualsiasi cosa per il mio bambino, mi crede?
"Sì… sì certo… !"
"Bene, ora usciamo di qui."

Tenendolo davanti a sé, Catherine lo condusse fuori, con molta cautela guadagnarono il corridoio, ormai era stato dato l’allarme e si sentivano i passi affrettati degli uomini di Gabriel che arrivavano da tutte e due estremità del corridoio.
Con le spalle contro il muro e il dottore come scudo Catherine cercò di tenersi calma, mentre alla sua destra due uomini armati si mettevano in posizione di tiro e a sinistra arrivarono altri tre assieme a Gabriel.

"Adesso tutti fermi, o ucciderò il dottore!" ordinò la donna cercando di dimostrarsi il più convincente possibile.

Gabriel fece segno ai suoi uomini che abbassarono le armi. Poi incrociando le braccia sul petto guardò Catherine, nei suoi occhi di giaccio scintillava una strana luce.

"Complimenti, Cathy, ora ti riconosco! Mi ero domandato quando la leonessa avrebbe fatto vedere gli artigli per difendere il suo cucciolo, alla fine non mi hai deluso."
"Non ho tempo da perdere, voglio un telefono oppure uccido il dottore."
"Hum, veramente astuto, il dottore potrebbe essere indispensabile alla nascita del bambino… "

Lanciò uno sguardo all’uomo al suo fianco e questo senza indugiare sparò al dottore, uccidendolo sul colpo. La spinta del proiettile più il peso del corpo senza vita quasi fecero crollare Catherine.

"Ho sempre desiderato giocare al dottore." disse Gabriel sorridendo con quegli occhi di ghiaccio.

La donna lasciò cadere il corpo del dottore, avrebbe dovuto prevedere qualcosa del genere. Si trovava fra uomini completamente privi di scrupoli.

"Ora, Cathy se vuoi tornare nella tua stanza… " in quel momento le luci si spensero.
"Che diavolo sta succedendo?" si sentì l’urlo rabbioso di Gabriel nel buio corridoio. I suoi uomini disorientati cercarono di trovare una spiegazione.
"Può sembrare assurdo, ma credo che qualcuno abbia tagliato la corrente."
"Questo l’avevo capito, idiota… Perché non è entrato in funzione il generatore di emergenza?"
"Non lo so signore… "
"Allora scoprilo imbecille!"

Intanto in mezzo alla confusione e al buio Catherine scivolava lungo la parete, cercando di allontanarsi senza farsi notare. Non che avesse molte più chance di scappare adesso di quante ne avesse prima, ma sicuramente ora erano impegnati nel riorganizzarsi.
Improvvisamente un suono di spari echeggiò nel piano inferiore, attraverso una radio portatile di uno degli uomini di Gabriel arrivò un messaggio che fece sobbalzare il cuore di Catherine.

"Signore, abbiamo bisogno di rinforzi, c’è un intruso… " la frase fu interrotta da una serie di spari e poco dopo una specie di ruggito feroce.

Vincent, pensò Catherine sentendo rinascere dentro di lei la speranza. Senza essere notata girò l’angolo del corridoio e sulla parete di fronte, a una decina di metri da lei, vide una di quelle indicazioni luminose che segnalavano le uscite di sicurezza. Nonostante non fosse in funzione il generatore di emergenza quei segnali erano accesi, probabilmente funzionavano grazie a qualche fonte di energia indipendente.
Uomini di Gabriel le passarono davanti senza farle caso, portavano torce e armi. Catherine capì che doveva sbrigarsi se voleva uscire di lì.
Ma prima che partisse di corsa verso la uscita di emergenza una mano ghermì il suo braccio con una stretta fredda e solida come l’acciaio.
Una torcia le fu puntata sul viso e la voce di Gabriel la schernì: "Eccola qua, la nostra mammina, hai già capito che c’è anche il papà, non è vero? Mi dispiace molto, ma ora non puoi andare da lui, i miei uomini lo accerchieranno sulle scale e non sarebbe un bello spettacolo vederlo crivellato di pallottole, non trovi?"
Catherine cercò di non trasalire a queste parole, ma il suo tentativo fu vano, Gabriel rise divertito.
Senza tanti riguardi cominciò a trascinarla in direzione della sua stanza, ma dopo pochi passi Catherine si piegò con la mano sul ventre.

"Basta scene, ora non ho tempo da perdere."

Alzando il viso contratto dal dolore Catherine rispose quasi senza fiato:

"Non è una scena, mi si sono rotte le acque… "

Puntando la torcia ai piedi di Catherine capì che diceva la verità. Con una bestemmia chiamò due guardie che passavano e gli ordinò di scortarli alla sala parto.

"Sei impazzito, voglio un dottore."

"Carissima, il dottore al momento non è reperibile." rispose lui sarcastico. "E spero che ti sbrighi a far nascere il mio bambino, altrimenti sarò costretto ad usare le maniere forti."

Catherine cercava di tenere il passo, ma le contrazioni si stavano intensificando.

"Non riesco a camminare. " in parte era un tentativo di guadagnare tempo, ma in parte era anche vero.

Lui non rispose, parlava ai suoi uomini.

"Cosa sta succedendo di sotto? L’hanno preso?
"Non sappiamo signore, abbiamo inviato più uomini, ma l’ultimo contatto diceva che lo avevano perso."
"L’avevano perso? Che diavolo vuol dire? Non è un ninja, è un semplice uomo… "
"Lui è molto più di un uomo." lo interruppe Catherine con un sorriso sulle labbra.

Anche questa volta Gabriel la ignorò, ormai erano arrivati davanti all’ascensore che portava ai piani superiori, dove si trovavano le sale di controllo e quella adibita alla nascita del bambino.
Gabriel digitò una serie di numeri sul pannello di controllo di fianco alla porta e con una esclamazione soddisfatta vide la spia verde accendersi, mentre l’ascensore si metteva in funzione.
Vedendo la espressione di sorpresa di Catherine lui spiegò con la sua solita spavalderia.

"Questo è il mio ascensore privato, così come tutto il piano superiore di cui fanno parte i miei appartamenti, è collegato ad un generatore indipendente. Si vede che il tuo super-uomo ignorava questo dettaglio. Ed essendo questo ascensore l’unica via di accesso al piano superiore, non saremo disturbati durante la nascita di mio figlio."

Le porte si aprirono e Gabriel girandosi verso i suoi uomini disse:

"Restate davanti a queste porte e sparate per uccidere."

Entrarono e lui rimise in moto l’apparecchio.

"Sei più spaventato di quanto tu non voglia dimostrare." mormorò lei appoggiando le spalle alle pareti lucide.

Lui si limitò a fissarla a lungo mentre l’ascensore saliva lentamente. I suoi occhi erano inespressivi, alla fine disse con voce ferma:

"Questo bambino è mio e nessuno potrà..."

In quel momento si sentì un forte rumore provenire dall’alto della cabina mentre la piccola botola situata sul tetto veniva scardinata con violenza.
Gabriel estrasse dall’interno della giacca una pistola, ma prima che potesse sparare Vincent gli era addosso.
Catherine voleva distogliere lo sguardo da quella scena, ma non poteva, Vincent, il suo Vincent, era finalmente lì…

"Vincent… " sussurrò Catherine che perdendo la forza nelle gambe era scivolata a terra. "Oh Dio, fa che non sia un sogno, non potrei sopportarlo."

Lui si voltò verso di lei, il suo viso, che solo fino a pochi secondi prima era una maschera di furia incontrollata era ritornato dolce e nobile, proprio come la immagine che Catherine aveva custodito tanto gelosamente nel fondo del suo cuore.

"Catherine." lui l’abbracciò e Catherine si lasciò avvolgere nel suo calore, dopo tanto tempo persa nel freddo e nella solitudine.

Fu una contrazione a farla tornare alla realtà. Con un gemito lei strinse le labbra.
Con il viso sconvolto Vincent allentò l’abbraccio e la guardò.

"Cosa ti hanno fatto? Sei ferita? Sento qualcosa che non capisco."

A causa della sua posizione accovacciata e dei vestiti ampi Vincent non aveva visto com’era cambiata Catherine, ma sentì un tonfo nel cuore quando lei, prendendogli la mano, la appoggiò sul suo ventre. Gli occhi azzurri di Vincent si spalancarono e cercò di dire qualcosa, ma le parole gli mancavano.
Intanto l’ascensore era arrivato, ma Catherine vedendo lo smarrimento di Vincent decise di prendere l’iniziativa.

"Vincent, non voglio che il nostro bambino nasca in questo posto, andiamo a casa."

"S… sì, hai ragione! mormorò lui come se si svegliasse, ma molto lentamente. Nel seminterrato c’è una via di uscita."

Allungandosi un po’, premette il pulsante giusto e le porte si chiusero con un soffio. Poi guardando di nuovo Catherine ripeté le sue parole:

"Nostro figlio… è stato il battito del cuore di nostro figlio a guidarmi fin qui."


***


Poco più tardi Vincent percorreva i tunnel con Catherine fra le braccia, le contrazioni si erano intensificate a tal punto che lei non riusciva più a camminare. Non disponevano di alcuna medicina contro il dolore, il minimo che poteva fare Vincent era parlarle, cercare di distrarla e per quanto poco potesse servire sul piano fisico, sentire di nuovo quella voce calda e carezzevole era un vero balsamo per il cuore di Catherine.
Vincent le raccontò che quando aveva sentito la prima volta il cuore del bambino, era rimasto confuso: aveva riconosciuto il legame che aveva con Catherine, ma l’oggetto di quel legame non era lei. Non riusciva a spiegarselo, nonostante ciò aveva deciso di seguire il suo istinto che lo aveva portato a quel palazzo.
Se fosse stato per lui avrebbe provato a entrare senza tante cerimonie, ma non aveva voluto rischiare che si ripetesse la scena dell’ultima volta, quando erano riusciti a sfuggirgli portandosi via Catherine. Nonostante gli fosse penoso trattenersi, aveva capito che doveva agire con un minimo di cautela. Allora era andato da Elliot…

"Elliot?" esclamò Catherine perplessa.

"Sì, anche subito dopo il tuo rapimento, dopo che avevamo provato a trovarti con tutti i nostri mezzi, decisi che avevamo bisogno di qualcuno influente nel mondo di sopra, qualcuno che avesse i mezzi per trovarti a qualunque costo."

Catherine lo guardò piena di gratitudine, immaginava quanto Vincent aveva rischiato e quanto gli fosse costato chiedere aiuto al suo più grande rivale.

"Ma nemmeno le sue risorse sembravano bastare. Per tutti questi mesi, neanche una traccia, niente. Fino a stasera."
"Cosa è successo?"
"Ricordati che lui ha costruito buona parte degli edifici di questa città e un’altra parte l’ha ristrutturata, fortunatamente nel suo archivio aveva la piantina dell’edificio dove ti trovavi, così avendo studiato un piano di azione, sapendo come muovermi e con un giubbotto antiproiettili, in meno di due ore ero pronto."
"Ti sei messo un giubbotto antiproiettili?" Catherine rise nonostante il dolore.
"E’ stata una idea di Elliot, alla fine si è dimostrata molto utile."
"Oh, Vincent, ora che ci penso… " disse lei stringendosi a lui.
"Non pensare, anzi, ora devi pensare solo al bambino."
"Ah, non preoccuparti, lui si fa sentire comunque."
"Vuoi che mi fermi? Vuoi riposarti.?"

Lei non rispose, si limitò a far di sì con la testa, era in mezzo a una delle contrazioni più forti che avesse mai avuto e cominciava ad essere spaventata.
Adagiandola delicatamente sul suo mantello Vincent le asciugò la fronte.

"Vincent, non credo di farcela, sta peggiorando… "
"Lo so, amore mio. Ho aiutato Padre durante la nascita di molti bambini e so che non è facile, ma sta andando tutto bene, il bambino sta bene e tu sei forte, so che puoi farcela."
"Hai sentito qualche messaggio?" domandò lei guardando le tubature che correvano lungo le pareti.

Appena scesi nei sotterranei Vincent aveva dato le indicazioni di dove si trovavano e di quali tunnel avrebbe percorso per tornare, così anche gli altri avrebbero potuto andargli incontro. Aveva terminato il messaggio richiedendo la presenza di Padre con la sua valigetta.

"Sì, ho sentito che ci stanno venendo incontro, ma siamo ancora molto distanti e Padre non può muoversi velocemente. Dobbiamo avvicinarci di più."
"Vincent, non ce la faccio… " la frase fu interrotta da un urlo che Catherine non riuscì a trattenere.
"Va bene, va bene, stiamo qui." le circondò le spalle e la strinse. Le parlò incoraggiandola, respirò con lei, patì con lei. Dopo un tempo che sembrò infinito, Vincent capì che era il momento, con il suo giubbotto fece un cuscino per sostenerle la testa, dopo si posizionò ai suoi piedi.

Catherine sentiva la voce di Vincent in lontananza, quasi soffocata dal dolore che provava, non riusciva a capire le parole, ma erano di conforto e incoraggiamento e questo per lei bastava. Il suo cuore e la sua mente seguirono quella voce e il suo corpo fece il resto.
Con gli occhi annebbiati dalle lacrime Vincent vide venire al mondo suo figlio. Con le mani che gli tremavano lo accolse. Usò la sua camicia per asciugarlo e alzando gli occhi, incrociò lo sguardo stanco, ma felice di Catherine.
Il pianto del bambino riempì i tunnel, echeggiando su ogni parete, in ogni angolo, come una dichiarazione di vittoria della vita e dell’amore.
"Attenta, non tirarlo, aspetteremo Padre per tagliare il cordone. Sarà qui a momenti." disse lui dando il bambino a Catherine e sedendosi dietro di lei la fece appoggiare contro di lui. In quella posizione poteva avvolgerla con le braccia e tenerla al caldo.

"Come stai? Sei comoda?" domandò lui togliendole dalla fronte una ciocca di capelli fradici.

"Non vorrei essere da nessuna altra parte in questo momento." rispose lei con sincerità. Chiudendo gli occhi appoggiò la guancia sulla sua pelle calda e ne aspirò il profumo.

"Assomiglia a te" disse lui toccando appena una delle manine minuscole. Ed era felice che fosse così, non voleva che suo figlio patisse quello che aveva patito lui, anche se nel profondo del cuore, stentava ad ammetterlo anche a se stesso, aveva desiderato per un attimo che fosse come lui. Ma riconosceva che era un desiderio egoistico, frutto di una vita da "diverso" da tutti gli altri.
"Secondo me assomiglia a tutti e due, gli occhi invece sono proprio i tuoi." rispose Catherine voltandosi appena e fissando Vincent. Aveva il viso ancora segnato dalla fatica e gli occhi sembravano sul punto di chiudersi da un momento all’altro.
"Hai ragione, ma adesso che ne dici di riposarti un po’, amore mio?"

Il bambino si era già addormentato, era stanco anche lui e con ragione, pensò Catherine accoccolandosi meglio contro l’ampio e caldo torace di Vincent. Sentiva il suo nobile cuore battere sotto la sua testa e credeva quasi di poter sentire anche il piccolo e giovane cuore del loro bambino battere sopra il suo seno.
Chiuse gli occhi assaporando quel momento perfetto. Con un sorriso fra le labbra scivolò nel sonno, non aveva più bisogno di fantasticare quei momenti, ora erano realtà e non doveva neppure temere gli incubi, perché ora finalmente Vincent vegliava su di loro.

Fine

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